Il Cane da Pastore della Ciarplanina o Pastore dei Balcani: un montanaro tra i Molossi

Per capire l’essenza profonda di questo cane è necessario considerarne lo spirito di vero montanaro, che proprio nell’asperità delle montagne della Sar Plànina (regione attualmente compresa nella Repubblica Macedone, in territorio Kosovaro fino al confine Nord-Orientale dell’Albania) ha forgiato il suo carattere, ancor prima che la sua morfologia.

Sicuramente possiamo far risalire la sua origine remota a quella tipologia di cani che l’uomo ha primariamente utilizzato come guardiani delle greggi dai grandi predatori (lupi e orsi) e che secondo una teoria – oggi non del tutto condivisa e al vaglio di recenti acquisizioni – deriverebbero da un unico storico antenato riconducibile ad antichi, leggendari Molossi Tibetani (teoria monofiletica da Canis l. familiaris inostranzewi).

In una possibile migrazione verso Ovest questi cani si sarebbero stanziati in varie zone in cui, dopo un’eventuale fase d’incrocio con realtà preesistenti, avrebbero dato luogo a popolazioni aborigene in condizioni di più o meno stretto isolamento geografico.

Circa duemila anni fa questi cani, sicuramente allevati dal popolo dei Molossi abitante l’antico Epiro, raggiunsero l’omonima regione balcanica dando origine ad una tipologia autoctona tipica che si è conservata, isolata dal resto del mondo fino quasi ai giorni nostri, nella sua primitiva e autentica dimensione pastorale: il Ciarplanina (più correttamente Sharplaninec o Sarplaninac secondo la denominazione macedone o serba). In questa regione, sotto più punti di vista ostile e sicuramente “impegnativa”, i pastori locali hanno adottato questi cani, intuendone l’utilità come ausiliari nella loro attività ed iniziando con loro un percorso selettivo “a posteriori” mirato a migliorarne l’efficacia e le capacità. Questa perdurata tradizione, unitamente alla già citata condizione d’isolamento, ha fatto sì che la tipologia si mantenesse integra e pura fino a tempi molto recenti.

Le caratteristiche del Ciarplanina originale dovevano essere quelle di un cane sicuramente robusto, ma non “pesante”, adatto ad affrontare faticosi spostamenti in zone spesso impervie, dotato di grande coraggio e determinazione poiché il suo lavoro era, primariamente, quello di vigilare sul gregge e di saperlo proteggere organizzando la difesa da eventuali attacchi del predatore spontaneamente ed in condizioni di completa autonomia.

E’ evidente che la tipologia cinognostica cui alludono queste considerazioni (confermata dall’ossevazione di cani attuali appartenenti alla dimensione pastorale autoctona) è quella di un cane di tipo molossoide, sicuramente “atletico” e non enfatico, ma tale a tutti gli effetti. 
La storia moderna del Ciarplanina e, in particolare, quella della sua versione come razza nel contesto della Cinofilia ufficiale, risente in maniera diretta delle vicissitudini politiche che hanno afflitto la regione balcanica.

Lo standard attualmente in vigore, che risale al 1969, e quindi ad una situazione geo-politica ben diversa da quella attuale, ne è esplicita e diretta conseguenza. Solo in parte lo si può considerare rappresentativo della tipologia primitiva del cane montanaro da lavoro, come detto, ancora ben presente e contestualizzato nella regione montuosa originaria. S’intuisce l’allusione ad una versione di tipo “militare”, fortemente voluta dal regime nazionalista di quella che era l’ex Yugoslavia, e si percepiscono i sintomi della lunga condivisione con la tipologia che riconosce, oggi, una razza distinta, ovvero lo sloveno Pastore di Karst. 

Per questo ritengo necessario che si aggiorni lo standard rendendolo, in maniera più chiara ed esplicita, rappresentativo di un cane che è l’espressione ufficiale del discendente da popolazioni originali ed aborigene di cui deve mantenere le peculiarità e l’essenza e a cui si deve fare rigoroso riferimento; queste – pur con una naturale, implicita eterogeneità – individuano comunque delle caratteristiche tali da essere ricondotte ad un’autentica tipologia di razza, che potrà tradursi in un legittimo standard. In questo senso ci sono alcuni punti particolarmente significativi per descrivere il vero Ciarplanina.

Lo standard di razza

La forma del cranio deve necessariamente riferire connotati tipicamente molossoidi, anche se non esasperati. Quindi mi aspetto un cranio largo, leggermente convesso, con un’eventuale accenno di solco mediale. Il salto fronte-nasale dovrà essere evidenziato dalla presenza di uno stop, anche se non particolarmente pronunciato, e con un andamento piuttosto morbido verso un muso dal profilo dritto e sempre più corto del cranio; più largo alla base e con un leggero restringimento, mai appuntito.

Per quanto riguarda il colore, non è più accettabile l’evidente preferenza data al grigio scuro (Murdji) in ottemperanza alle caratteristiche richieste al cane “militare”. Nella realtà pastorale sono particolarmente presenti, anche per motivi funzionali di accettazione da parte del gregge, tutte le tonalità di grigio fino a quella omogenea crema con maschera nera (Karabash), pertanto la presenza di tali soggetti deve essere sdoganata anche dalla Cinofilia ufficiale.

Per il portamento della coda, genericamente descritto come “a sciabola”, onde non dar luogo a interpretazioni scorrette, bisognerà evidenziare come il Ciarplanina tende a portarla, in movimento e in fase eccitatoria, non solo al di sopra della linea dorsale, ma a formare una sorta di ricciolo che non ricade sulla groppa. La coda arrotolata è molto frequente nei soggetti presenti nella realtà pastorale e negli allevamenti macedoni ( così come lo è – e per tanto lo considero un attributo di purezza e primitività – in altre popolazioni affini – Anatolici e Caucaso aborigeni Armeni e Georgiani – ).

Se un aumento dimensionale non deve mai compromettere l’aspetto funzionale del cane, bensì essere coerente con esso, i termini di altezza e peso indicati dallo standard appaiono inadeguati. Auspico soggetti maschi di altezza anche superiore a 70 cm, per i quali un peso superiore a 60 kg è del tutto legittimo.

Al riconoscimento della Macedonia come Repubblica indipendente ed al suo ingresso nella Cinofilia ufficiale è corrisposta da parte della FCI, solo simbolicamente, l’attribuzione di una doppia paternità della razza (appunto serbo-macedone). Proprio la Macedonia, poiché dopo la costituzione del Protettorato ONU sul Kosovo la Serbia è completamente esclusa da ogni residua influenza territoriale sulla regione montuosa da cui origina la razza, può vantare un naturale serbatoio di soggetti appartenenti alla tipologia originale ancora attivamente presenti nella realtà pastorale. Da questo serbatoio attingono gli allevatori Macedoni per realizzare e arricchire linee di sangue da consegnare alla Cinofilia ufficiale e recuperare l’identità originale, tipica del vero Cane da Pastore della Ciarplanina.

In questo senso è doveroso citare Vladimir Krstevski – giudice internazionale e titolare dell’affisso Kef – che considero un vero e proprio promotore culturale dell’autenticità della razza, in virtù non solo del suo lavoro di selezione, ma anche dell’attività divulgativa da lui svolta (è autore di un libro assolutamente fondamentale e chiarificatore). E’ evidente che di questo si dovrà tener presente e che un aggiornamento dello standard è sempre più necessario e doveroso, nonostante i contrasti politici tra Serbia e Macedonia rendano la cosa piuttosto difficoltosa.

So non essere questa la sede per dilungarmi sugli aspetti comportamentali e su quello che è il percorso educativo auspicabile nella gestione del Ciarplanina, ma va senz’altro menzionato che un certo tipo di carattere è una prerogativa della razza, poiché attributo funzionale imprescindibile e fortemente ricercato nella selezione iniziata dai pastori 2000 anni fa, mirata a realizzare il cane adatto a un certo tipo di lavoro.

E’ evidente che nella prospettiva di un adattamento del cane ad una dimensione alternativa a quella pastorale – pur non considerando possibile “rendere un lupo agnello”, motivo per cui il vero Ciarplanina rimarrà, comunque, un cane dal carattere “impegnativo” per via della sua ineluttabile memoria di razza – i parametri selettivi dovranno tenere conto dell’esigenza di creare i presupposti per adeguarsi a questa nuova condizione.