Pastore Maremmano Abruzzese: alimentazione, consigli, origini e riflessioni

Per conoscere perfettamente una razza, specie se canina, e descriverla con ogni particolare, bisognerebbe averle dedicato una vita intera e possedere uno straordinario e costante spirito di osservazione.

Questa affermazione preliminare ci consente di esternare l’esperienza acquisita quando negli anni immediatamente successivi al secondo dopoguerra, terminati gli studi “teorici” universitari di medicina veterinaria presso l’Università degli studi di Perugia, iniziai a mettere in pratica le nozioni acquisite, ricercando, osservando, selezionando, dalle assolate Maremme fino alle cime dell’Appennino abruzzese, e successivamente allevando, la razza del cane da Pastore Maremmano-Abruzzese, razza all’epoca poco conosciuta perché poco diffusa e numerosa.

COMPORTAMENTO, ATTITUDINI E UTILIZZAZIONE DEL CANE DA PASTORE MAREMMANO ABRUZZESE

Il cane da Pastore Maremmano Abruzzese vuole vivere all’aperto sia d’estate che d’inverno, in assoluta libertà ed indipendenza. Se posto alla custodia di una casa, sceglie come giaciglio, la soglia esterna dell’ingresso. Se alla custodia del gregge o di una mandria, sceglie la posizione più alta rispetto agli animali, per tenerli tutti sotto il suo sguardo e controllo, sui poggi più esposti e ventilati, o sui crinali. E’ incurante della pioggia, che gradisce perché lava il suo mantello. Ama la neve, con la quale gioca e su cui volentieri scava il suo giaciglio. Si sottrae volentieri alla catena. Se legato infatti può diventare scontroso, sospettoso, mordace e talvolta pericoloso. E’ umile e sottoposto al padrone severo ma giusto ed equilibrato. Sta spontaneamente vicino ai bambini e li protegge, gioca con loro, purchè non pretendano che esso diventi un giocattolo assurdo sempre disponibile. E’ generosissimo con loro, assolutamente incapace di fare del male con proposito o premeditazione. Non è mai aggressivo, evita lo scontro, non è attaccabrighe con i suoi simili, piuttosto scoraggia con il suo atteggiamento chi lo fosse. La femmina in calore mantiene un suo comportamento, si concede preferibilmente a cani della sua razza che già conosce. Il maschio in questa circostanza è discreto, paziente ed assiduo alla corte che esercita sino alla conclusione del rapporto; lo è anche dopo, se alla femmina si avvicinano altri cani, che attacca senza paura per mantenere il possesso.
Svolge la guardia in maniera infallibile. Aggira l’intruso mettendolo rapidamente in difficoltà; lo costringe a fermarsi alla distanza che egli ritiene di sicurezza o ad una ritirata strategica senza attaccarlo, quindi per provocare tragedie. Non insegue mai chi torna indietro. Non da confidenza agli estranei, da cui solitamente non si lascia avvicinare. Se intuisce che l’estraneo tenta di catturarlo, si allontana di più, e se non può farlo, mostra i denti ringhiando in un atteggiamento deciso e risoluto.
I pastori applicano al cane il vreccale, cioè un collare di ferro battuto con aculei appuntiti e diretti verso l’esterno a protezione del collo in caso di attacco da parte di più cani o dei lupi.

Nel gregge, il cane da pastore Maremmano-Abruzzese continua a fare il lavoro per il quale si è distinto, e s’è conquistato una fama meritata di custode gelosissimo degli animali e proprietà a lui affidate, sino all’estremo sacrificio della vita, capace di proteggerli dalle numerose insidie dei predatori: lupi, altri cani specie se randagi e vaganti, orsi, uomini. Storico nemico del lupo, ma anche del ladro di bestiame, nei territori in cui l’abigeato esiste e attenta alla proprietà. In questo suo lavoro è instancabile, resistente, capace di affrontare ogni fatica e privazione, amico inseparabile del pastore con il quale stabilisce un rapporto apparentemente alla pari, ma in realtà di dipendenza e di sottomissione.

Immobile, sceglie le alture, in mezzo alla vasta radura, perché, anche se all’apparenza sonnacchioso e distratto, possa vedere tutto intorno a sé; preferisce i crinali perché nei due versanti possa il suo occhio vigile e attento spaziare ovunque.

Con le pecore stabilisce un rapporto sorprendente, specialmente se, come è solito, è nato e cresciuto in mezzo a loro; si confonde con esse, con usa mai la forza, ma è paziente e ostinato anche se talvolta la loro proverbiale testardaggine tende a scoraggiare le sue iniziative. Conosce le loro fragilità e non ne approfitta, anche perché sa che il pastore non glielo permetterebbe. E’ amorevole con gli agnelli, dei quali assiste la nascita, perché gli piace lambirli del liquido di cui sono bagnati appena nati e del sangue, di cui talvolta sono imbrattati. Resta vicino alla partoriente, l’assiste a lungo anche perché sa che di questa sua attesa sarà premiato con la placenta, di cui, golosissimo, si nutre. Ogni sua azione comportamentale è quindi subordinata e consequenziale.

E’ filiale verso la nutrice e, al tempo stesso, fraterno con il nato, forse perché alla sua memoria tornano i primi giorni della sua vita; perché, probabilmente, da una pecora è stato allattato. E’ fraterno con l’agnello, in quanto, vede in lui un “fratello di latte”, con il quale stabilisce un rapporto strettissimo, e sul quale fin dai primi giorni di vita inizia la sua azione protettiva, che conserverà, istintivamente, per tutta la vita. Aiuta la madre a insegnare i primi passi ai neonati e si attarda con essi sino al ricongiungimento con il gruppo, che nel frattempo, pascolando si è mosso avanti. E’ più che mai accorto in questi momenti, perché qualcuno non si avvicini al punto da diventare un pericolo. Al calar della sera, quando il gregge spontaneamente incomincia ad avvicinarsi allo stazzo, il cane fa del suo meglio per favorire il rientro, ma ciò non rientra nelle sue mansioni principali di guardia e difesa. I pastori, ora, ridotti di numero, avrebbero bisogno anche di una cane conduttore, ma questo non possono chiederlo al nostro cane in quanto non rientra nelle sue mansioni di, lo ripetiamo, guardia e difesa, dal gregge alle recinzioni di grandi ville immerse nel verde dei prati e delle piante, e, di ogni qualsivoglia altra proprietà. Anche nell’azienda agraria il cane Maremmano-Abruzzese ha il suo ruolo importante di guardiano. Non gradisce il primo venuto, impara presto a conoscere i confini entro i quali la proprietà è compresa. E’ geloso sia dei fabbricati, sia degli attrezzi, sia di tutti gli altri animali dell’azienda; non consente a nessun intruso di avvicinarsi troppo. Prende posizione in prossimità del cancello oppure si corica di traverso lungo lo stradone di accesso, possibilmente all’ombra di un albero o di un cespuglio, e attento osserva e controlla chi transita, per permettergli, o meno, il passaggio.

Durante il giorno convive tranquillamente con tutto il personale dipendente, che, venuto al mattino al lavoro, generalmente alla sera riparte. Preferisce a sera restare solo con il suo padrone e famiglia, che, durante la notte, vuol proteggere dai pericoli e malintenzionati. Gli è gradito sdraiarsi sulla soglia di casa, senza entrarvi. Se il padrone insiste per farlo entrare in casa, lo fa malvolentieri, ma poi, presa l’abitudine a questa concessione, la gradisce e ne approfitta scegliendo un angolo appartato, fresco, in cui distendersi, comportandosi da ospite discreto. Ha rispetto verso gli altri animali di casa, verso il gatto che dorme sul divano, verso gli uccellini che si muovono nella voliera e verso i pesci dell’acquario. Comprende che il suo padrone riserva loro una condizione di privilegio e li protegge, quindi nei loro confronti finisce col diventare protettivo, perché questo è il lui innato e naturale. Diventa presto geloso e affezionato compagno di giochi dei bambini della sua famiglia, purchè questi siano seri e leali nei suoi confronti e non ne facciano bersaglio di sciocchi dispetti, che non accetta. E’ custode dei loro giocattoli e delle loro cose, anche intime, che impara a conoscere annusandole, e a cui piace stare vicino.

ALIMENTAZIONE E CRESCITA

Gli attuali composti mangimici, distinti per ogni fascia di crescita, sono completi di tutte le sostanze nutritive abbisognose ed hanno soppiantato il regime alimentare originario del cane nel suo habitat basato su zuppa di siero di latte (insostituibile fonte di alimento consistente in quel liquido che resta nella caldaia dopo che sono stati fatti il cacio e la ricotta) e crusca di frumento, poca carne, un po’ di verdura, un tozzo di pane raffermo. La sua crescita è lenta. Raggiunge il suo massimo sviluppo corporeo verso i tre anni.

RIFLESSIONI

Questo cane non vive a suo agio con un padrone ingiusto, irragionevole, sconsiderato o isterico. O finisce per diventare simile o lo abbandona. Non accetta supinamente le imposizioni insensate, non soggiace alle violenze o alle sevizie, cui si ribella, altrettanto alle percosse non meritate. E’ dotato di una memoria notevole che gli fa ricordare il sopruso per anni, di cui prima o poi si vendicherà. Il suo intervento non è mai avventato; se attacca lo fa per giusto motivo, e, se morde lo fa a ragione, senza mai perdere la testa, insistendo o infierendo. Preferisce prevenire il fatto, scoraggiando l’aggressore, il rapinatore, e al limite, colui che volesse realizzare un sequestro. In ogni caso è notorio che i malintenzionati nel fare i loro piani e progetti, tengono conto della presenza dei cani da guardia; evitano sempre, se possibile, le loro incursioni ove temono di incontrare i cani da pastore Maremmano-Abruzzese.

E’ anche strenuo difensore della persona, sempre per l’innato senso protettivo che lo anima; svolge questa funzione per istinto e senza che nessuno abbia ad insegnarglielo. Per questa sua qualità il cane da pastore Maremmano-Abruzzese è stato preferito ad altri cani, anche precisamente da difesa, ed è stato scelto come custode inseparabile di persone che risiedono o lavorano in ambienti cosiddetti a rischio per sequestri, estorsioni, rapine, perfetto difensore della proprietà e della famiglia.

Il grande interesse che in questi ultimi anni ha suscitato il cane da Pastore Maremmano-Abruzzese, razza italiana di grande, addirittura maggior, prestigio, ha dato motivo di parlare molto di lui. E’ stato un bene, perché questo fiume di parole ha alimentato un suo entusiasmante revival. In questi ultimi anni la razza ha avuto una grandissima diffusione, tanto che ormai possiamo incontrarlo negli ambienti più vari.

I soggetti più tipici con le attitudini naturali più marcate vivono, come da tempo remoto, negli alti pascoli dell’Appennino, nelle assolate Maremme, nelle rigogliose pianure della Campagna Romana, nel tavoliere, in Capitanata, dove svolgono il loro tradizionale lavoro al seguito delle greggi. Ma soggetti di questa razza si incontrano anche in città, dove sono stati portati e costretti in appartamento, in qualche spazioso superattico, in terrazzo. Capita anche di vederli svolgere i loro lavori di guardiani, dietro recinzioni di grandi ville immerse nel verde dei prati e delle piante.
I molti soggetti che hanno attraversato i confini nazionali e sono espatriati in altri continenti svolgono generalmente la loro tradizionale funzione di pastori.
Ovunque si distinguono, seppure con sfumature leggere o forti, per una loro individuale caratterizzazione che li rende più che mai individui nel senso geneticamente inteso, oggetto sempre di ammirazione, osservazione, rispetto.

ETIMOLOGIA DEL NOME

La sua denominazione gli fu attribuita dall’Ente Nazionale della Cinofilia Italiana nell’anno 1958, quando il comitato Tecnico dell’Ente, facendo proprie le indicazione che il valente prof. Solaro aveva espresso insieme ad altri tecnici del Circolo del Cane da Pastore Maremmano Abruzzese, pubblicò anche lo standard ufficiale, tutt’ora esistente, valido e unico punto di riferimento.
Lo stesso Ente curò l’istituzione del libro Origini Italiano, provvedendo quindi al suo aggiornamento.
Questa doppia denominazione sorse dal rilevamento dell’esistenza di una popolazione canina, discretamente uniforme nella sua costituzione morfologica e funzionale, al seguito di greggi che stagionalmente transumavano dai monti dell’Appennino, alle pianure rivierasche ed in particolare dall’Abruzzo alle Maremme.

Ci fu subito un disaccordo su questo nome composto, che tutt’ora alimenta polemiche, specie da parte di chi improvvisandosi allevatore, senza avere l’esperienza e gli studi necessari a livello zootecnico, medico e filogenetico su tale razza, deturpando la stessa, crede di poterne dibattere senza titolo alcuno.

Tali diatribe sono altresì alimentate dalla solita poca obiettività delle persone che le provocano senza approfondire sulle origini della razza (Vds. attenzione particolare al paragrafo “Le Origini”) e sulla sua filogenesi, condizionate da un irriducibile e sterile campanilismo.
Taluni perciò vorrebbero che la razza venisse chiamata soltanto “da pastore abruzzese”; altri soltanto “da pastore maremmano”. Tutti vorrebbero quindi legare ad essa il nome della loro Regione, come se nel suo territorio la stessa avesse avuto i natali.

Noi riteniamo che, ove si volesse tener conto delle diffusioni attuali, si deve ammettere che, da rilevamenti effettuati di recente, risulta che durante l’estate il maggior numero di cani si trovano in Abruzzo, mentre durante l’inverno ne sono abbondantemente popolate le Maremme, la campagna romana, il Tavoliere delle Puglie, sebbene la riforma fondiaria abbia operato in queste zone una notevole riduzione dei terreni da pascolo. Riteniamo quindi giusta questa doppia denominazione dal punto di vista geografico, filogenetico e storico, come ci accingiamo ad analizzare con il dettaglio che merita anche per tale ragione.

LE ORIGINI

Allineati alla dottrina maggioritaria dell’origine della razza del cane da Pastore Maremmano-Abruzzese (vds. Prof. Tschudy, Kraemer e Keller) – fra le non molte che reggono effettivamente ad una critica severa – condivisa dai più autorevoli studiosi di fama, si ritiene che le origini del pastore Maremmano-Abruzzese (come quelle di tutti gli attuali cane da pastore europei ad eccezione del gruppo dei pastori lupo-simili come il pastore tedesco, i belgi, gli olandesi, i collies, i nordici in genere) vadano ricercate in Asia, e precisamente nel grande altopiano del Tibet, ove, da tempi lontanissimi, vive il mastino del Tibet considerato il progenitore dei mastini ovunque sparsi, fra i primi i giganteschi molossi di allevamento assirio.
Altri scrittori di cinologia (Prof. Tschudy- Prof. D.W. Mut) sono d’avviso che la diffusione delle prime forme di cani da pastore, con centro in Asia, sarebbe avvenuta contemporaneamente a quella dei mastini.

Il tedesco D.W. Mut mette tutte le razze da pastore in relazione col cane del Tibet , e questo dopo sue constatazioni storico-culturali effettuate in occasione di numerosi viaggi in tutte le parti del mondo: egli trovo’ i medesimi tipi di pastore a mantello lungo bianco e muso a pelo corto nel Caucaso così come nella Mongolia, oltre quelli notati in Europa. E anche in Siberia, quivi importati dai russi dal Caucaso occidentale.
Ma torniamo alla correlazione tra mastini e cani da pastore.

Abbiamo la provata certezza che il mastino esisteva ai tempi degli Assiri – Babilonesi e questo mastino venne poi portato come oggetto di pregio, dai Fenici in Europa, in tutti i paesi rivieraschi del Mediterraneo ed oltre, su su fino in Bretagna, ove costituì il progenitore dell’attuale imponente mastiff.
Con i mastini, i Fenici portarono in Europa anche i cani da Pastore degli Assiri?

Furono forse questi gli antenati dei nostri grandi cani bianchi da pastore?
All’epoca del potente Re Sardanapalo (668-626 Avanti Cristo) – afferma lo Tschudy – doveva esistere il mastino assiro nella colonia fenicia di Cartagine e da lì trasportato nella lontana Britannia. Se le sculture assire ci mostrano il mastino e non il cane da pastore dell’Italia centrale, non si deve da ciò dedurre che nell’Assiria sia esistito il mastino ma non il cane da pastore. Se quest’ultimo manca, il motivo deve ricercarsi nel fatto che mentre i mastini erano i cani della famiglia reale e quindi venivano messi in evidenza, i cani da pastore ad essi imparentati, perché tenuti dai contadini e pastori, restavano in seconda linea.

Questa probabilità non sarebbe da escludersi, per quanto, ritengo, sia più accetabile l’altra teoria secondo cui i cani in argomento sarebbero stati introdotti in Italia dalle legioni romane di ritorno dalla conquista delle provincie di mesopotamia e Assiria.
Certo è che nella Roma antica vi erano contemporaneamente dei cani bianchi usati per la pastorizia e degli scuri mastini (i cani da cortile) per le guardie delle case e degli averi.

Ad onore di un’altra teoria minoritaria ma di complemento e di maggior comprensione per la Nostra, del noto cinologo francese Prof. Mèry, va aggiunto che, secondo essa, i nostri cani da pastore, presero la via più breve della Grecia, fin dal primo espandersi di quella civiltà nel nostro Meridione. In Grecia esiste infatti un cane da pastore locale, molto antico (la razza non è, oggi, evidentemente ben definita – possiamo affermare – se si considera che fino a poco più di venti anni fa essa era riconosciuta dalla Cinologia Ufficiale sotto il nome di “Cane da pastore greco “ o, meglio “ellikonos pimenikos di manto bianco e con spiccate analogie con il nostro Maremmano-Abruzzese. Oggi questo cane non figura più nelle classificazioni ufficiali delle razze riconosciute).
Ma, soggiungiamo, che non è da dimenticare neppure che gli albanesi posseggono da gran tempo un cane simile al bianco Kuvasz ungherese e l’Albania così vicino a noi non è!
Per lo più i cani da pastore in generale hanno seguito le migrazioni dei popoli. Ma questo può essere dato per scontato per il pastore bergamasco, mentre non si capirebbe la localizzazione del Maremmano-Abruzzese se avesse seguito la stessa strada: lo trova dalla Toscana, all’Umbria ed all’Abruzzo in giù, fino al tavoliere delle Puglie e non si seppe mai dell’esistenza di un cane bianco dal pelo lungo e liscio, nel settentrione!
Secondo alcuni autori ancora, dall’Asia questi cani da pastore si sarebbero diffusi nei Balcani e paesi limitrofi a seguito delle invasioni dei popoli asiatici. Sta di fatto che oggi in Ungheria troviamo un grande cane da pastore di mantello bianco, quasi del tutto simile al nostro Maremmano-Abruzzese: il Kuvasz. E un cane assai simile si trova da tempi lontani in Polonia: il pastore di Tatra. Altrettanto dicasi per il cecoslovacco Tchouvatch.

Tali ultime teorie sono facilmente superabili dalla constatazione che il Maremmano-Abruzzese già mille anni prima lo si trovava ove è tuttora. Ce lo dice il Columella del suo “De Re Rustica” scritto nel primo secolo dopo cristo. Anche Marco Terenzio Varrone che visse nella stessa epoca (116-27 a.C.) parla di un grosso cane dal bianco manto. Il “canis pastoralis” di Varrone è grande, tutto bianco, con naso e labbra neri, occhi scuri e dotato di un aspetto complessivo leonino con il dovere di proteggere il bestiame dalle incursioni delle fiere.

Ma facciamo ora una gran balzo in avanti, per venire all’epoca recente, quando cioè il “maremmano” (così lo si definiva semplicemente allora) si affacciò al movimento cinofilo con l’iscrizione di quattro soggetti nel 1898 nei libri delle Origini Italiano del K.C.I. (Kennel Club Italiano, il nome d’allora dell’attuale E.N.C.I. Ente Nazionale della Cinofilia Italiana), per sparire, o quasi, per molti anni successivi. Il numero “consistente” di 17 soggetti si ha nel 1940!
Il primo standard venne compilato nel gennaio 1924 ad opera del dott. Luigi Groppi e del Prof. Giuseppe Solaro.

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